La storia ci insegna che ogni rivoluzione è nata dalla ribellione ad un tiranno e dall'opposizione alle vessazioni e alle ingiustizie.Tutte le rivoluzioni che hanno visto moti di rabbia e di frustrazione sono sfociate inevitabilmente in violenza poichè, dai tempi passati a oggi, pare che solo una guerra possa paradossalmente portare alla pace.
Per quel che riguarda il nostro strano paese è sotto gli occhi di tutti che abbiamo perduto la capacità di ribellarci, restando sostanzialmente schiavi del nostro egoismo e della nostra intolleranza, che sovente sfoghiamo contro un debole ma raramente riusciamo ad elaborare con la comprensione delle sue ragioni e delle sue fonti di origine, interne ed esterne.
Accade, così, che diventiamo i tiranni di noi stessi, incapaci di ribellarci a qualcosa che proiettiamo negli altri armandoci solo di vittimismo e disarmando ogni potenziale opportunità di cambiamento, sempre pronti a sostenere un presunto forte o un movimento di rivolta senza capire che probabilmente nei suoi contenuti ci darà le ragioni per una futura rivoluzione.
Ciò avviene a causa della nostra scarsa proprietà di confronto, di valutazione e dell'ignoranza che sviluppa la mediocrità alla quale ci stiamo uniformando, col rischio che se deleghiamo i moti di rivolta ai soggetti più vessati ma culturalmente deboli li rendiamo vulnerabili alle infiltrazioni criminali o ad una controrivoluzione del potere che ne sfrutta proprio le debolezze.
Un mafioso, un tiranno, e oggi, un governo colluso con le massomafie ci mandano contro i figli del popolo arruolati nelle varie uniformi, che ormai eseguono gli ordini senza più senso critico e col terrore di perdere quei benefici acquisiti.
Chi governa ci mette contro la nostra stessa debolezza, sfrutta la nostra ignoranza per renderci egoisti ed intolleranti, pronti perciò a schiaffeggiare la moglie ed i figli se si hanno pochi soldi e si è frustrati, per poi rincorrere mendaci luccichii televisivi per fuggire dalla propria realtà percepita come dolorosa, identificando nelle cosce recuperate alla cellulite della propria moglie una verosomiglianza a qualche velina e covando la speranza che prima o poi si potrà partecipare a qualche programma per uscire dalla gabbia del nulla o del tram tram quotidiano, fatto di doveri e di poche soddisfazioni, eccezion fatta per l'oppiaceo calcio o qualche nigeriana a basso costo che ci maneggia quel che la moglie ormai maneggia ad altri nella speranza, essa stessa, di fuggire da un marito poco produttivo e incapace di capirla.
Abbiamo così perso il senso delle emozioni, dell'amore, del sentimento non visto come collante di solitudini ma come propulsore di unioni nate dalla scelta di unirsi come due autonomie che sviluppano un mondo proprio capace di essere forte sia nel confronto con gli altri che con le fonti di disagio e di frustrazione.
Le emozioni sono il nostro specchio. Le possiamo fuggire o ignorare ma esse restano comunque dentro di noi e ci muovono in ogni nostra azione: dalla intollerante frustrazione alla quale reagiamo con la violenza, fino alla vittimistica commiserazione per la quale cerchiamo supporto e conforto in un presunto amore che ci salvi, odiandolo appena sembra che si allontani e sentendoci traditi ad ogni azione contraria alle nostre aspettative.
Siamo deboli, perciò sudditi, e più restiamo deboli dentro più saremo sudditi di un sorridente capo di un potere, sia esso di governo che criminale, che ci imporrà la manifestazione stessa del suo potere con ogni forma visibile o subliminale, confondendoci fra il giusto e lo sbagliato e imponendoci solo scelte di convenienza, perdendo così anche l'onestà oggi vista come ulteriore debolezza.
Le emozioni sono quella parte sconosciuta di noi stessi, che scopriamo giorno per giorno col coraggio di porci in discussione, con le scelta del confronto con chi ci circonda e la decisione di sconfiggere l'ignoranza tramite la volontà di capire, di conoscere e di riconoscere, ma con l'empatia, purtroppo, sempre più ridotta verso gli altri.
I giovani hanno oggi l'opportunità del sapere ma paradossalmente non sanno come praticarlo perchè vittime delle ansie dei propri genitori, i quali spesso soffocano il loro futuro con pretese o imposizioni utili a soddisfare le proprie esigenze o a colmare l'angoscia che sentono.
Personalmente mi ribello ogni giorno alle difficoltà della vita, ad un governo labile, ad un sistema massomafioso che condiziona questo nostro strano paese. Lo faccio impedendo a me stesso di perdere o di ridurre la mia proprietà di emozioni, la mia capacità di confronto, il mio senso critico e quella autonomia che tento di difendere contro ogni "luccichio".
Lo faccio soprattutto con la scelta della non violenza, perchè ogni pastore arrabbiato, ogni forcone puntato, ogni anarchica bomba rinforza solo quel potere che ha ben capito che il miglior modo di mantenerlo è lasciar crescere di tanto in tanto qualche moto di rivolta, tanto debole quanto facile da infiltrare e dividere, il quale sarà così abbandonato dal popolo alla prima trasmissione televisiva che ci imporrà una sorta di "manustrupazione" ossessiva del nostro cervello.
Se vogliamo cambiare il paese dobbiamo mutare quel noi stessi mai formato, fino a renderci compatti ed autonomi soggetti singoli che scelgono di essere collettività, senza ritrovarci mai più all'interno di una massa e non capire se stiamo cambiando il sistema o se stiamo applaudendo a qualche reduce di un reality.
Per cambiare noi stessi occorre accettare la sofferenza che si prova nel dolore di riconoscere le nostre debolezze e la nostra viltà, altrimenti rischiamo di vivere come se fossimo in una grande crociera per poi scoprirci tutti pronti ad abbandonare la nave o a calpestare gli altri per un metro di salvezza.
La vita ha un senso se la riconosciamo nelle emozioni e nel valore delle nostre scelte che ogni giorno ci rendono capaci di viverla appieno. Diversamente è solo tempo che passa in attesa della morte. Per questo occorre riflettere se vogliamo che la morte ci colga vivi oppure talmente rincoglioniti da essere convinti che la morte tocchi sempre agli altri...
Articolo di: Fabio Piselli
Clicca qui per leggere l'articolo dalla fonte.
















0 commenti:
Posta un commento